Statine ed effetti collaterali: tra miti e vere evidenze scientifiche

Le statine sono tra i farmaci più utilizzati nella prevenzione cardiovascolare e contemporaneamente tra quelli che generano più timori.
“Fanno male ai muscoli”, “rovinano il fegato”, “causano il diabete”, “provocano problemi di memoria”: online è facile trovare affermazioni di questo tipo.
Come spesso accade in medicina, la realtà è meno estrema. Le statine possono provocare effetti indesiderati, ma alcuni rischi vengono fortemente sovrastimati mentre altri, reali, devono essere contestualizzati rispetto ai benefici del trattamento.
Le più recenti linee guida europee continuano infatti a considerare le statine il trattamento farmacologico di prima scelta per ridurre il colesterolo LDL e il rischio cardiovascolare quando esiste un'indicazione clinica.
“Le statine fanno venire dolori muscolari”
È probabilmente il timore più diffuso e contiene una parte di verità.
Dolori, crampi o debolezza muscolare vengono frequentemente riferiti dai pazienti in terapia. Tuttavia, sapere se siano realmente provocati dal farmaco è più complicato.
Una grande meta-analisi della Cholesterol Treatment Trialists' Collaboration ha analizzato oltre 150.000 partecipanti provenienti da studi randomizzati e in doppio cieco.
Negli studi statina contro placebo, dolore o debolezza muscolare sono stati riferiti dal 27,1% dei pazienti che assumevano statina e dal 26,6% di quelli che assumevano placebo.
Nel primo anno il trattamento aumentava effettivamente il rischio di sintomi muscolari, ma l'eccesso assoluto era di circa 11 episodi ogni 1.000 persone-anno. Gli autori hanno stimato che oltre il 90% dei sintomi muscolari riportati da chi assumeva una statina non fosse in realtà attribuibile all'effetto farmacologico della statina.
Questo non significa che il dolore del paziente sia “immaginario”. Significa semplicemente che la presenza di dolore durante una terapia non dimostra automaticamente che il farmaco ne sia la causa.
L'effetto nocebo esiste
Un'interessante dimostrazione arriva dallo studio SAMSON.
Sessanta pazienti che avevano precedentemente interrotto una statina per effetti collaterali hanno alternato, senza sapere cosa stessero assumendo, periodi con atorvastatina, placebo e nessuna compressa.
L'intensità media dei sintomi era molto simile durante i mesi con statina e durante quelli con placebo. Circa il 90% del carico sintomatologico associato alla statina veniva riprodotto anche dal placebo.
L'effetto nocebo non rende il sintomo meno reale: descrive semplicemente la quota di sintomi legata alle aspettative, al contesto e ad altri fattori piuttosto che all'azione farmacologica della molecola.
Le complicanze muscolari gravi esistono, ma sono rare
Una vera miopatia associata alla statina può verificarsi. Ancora più raramente può svilupparsi una rabdomiolisi.
La stessa grande analisi dei trial randomizzati stima circa un caso aggiuntivo di miopatia ogni 10.000 persone-anno e circa 2–3 casi di rabdomiolisi ogni 100.000 persone-anno.
Le linee guida statunitensi del 2026 confermano che miosite e miopatia clinicamente significativa sono rare, la rabdomiolisi è rara e la miopatia necrotizzante autoimmune associata agli anticorpi anti-HMGCR è molto rara.
Quindi ignorare completamente i sintomi muscolari sarebbe scorretto, ma lo sarebbe anche considerare automaticamente intollerante alla statina ogni paziente che avverte un dolore muscolare.
“Le statine rovinano il fegato”
Anche questo timore è generalmente sovrastimato.
Un aumento delle transaminasi può verificarsi, soprattutto nei primi mesi di terapia, ma le forme clinicamente importanti di epatotossicità sono molto rare.
Le linee guida ACC/AHA 2026 indicano che aumenti delle transaminasi superiori a tre volte il limite della norma sono rari e stimano un'epatotossicità grave nell'ordine di circa 1 caso ogni 100.000 persone trattate.
Questo è molto diverso dal dire che le statine “danneggiano il fegato” in maniera abituale.
“Le statine fanno venire il diabete”
Qui il rischio è reale, ma va interpretato correttamente.
Una meta-analisi del 2024 su grandi studi randomizzati ha osservato che le statine a bassa o moderata intensità aumentavano proporzionalmente del 10% le nuove diagnosi di diabete rispetto al placebo.
Con statine ad alta intensità l'incremento relativo risultava maggiore. L'effetto sembrava concentrarsi soprattutto nelle persone che avevano già valori glicemici vicini alla soglia diagnostica e quindi una predisposizione a sviluppare diabete.
In altre parole, in alcuni soggetti la statina può anticipare la diagnosi di diabete, soprattutto quando il rischio metabolico di partenza è già elevato.
Questo rischio deve essere discusso con il paziente, ma non porta generalmente a evitare una terapia indicata: le linee guida sottolineano che la riduzione del rischio di infarto e ictus nei pazienti appropriati supera il piccolo aumento del rischio diabetologico.
“Le statine provocano perdita di memoria o demenza”
Le evidenze attuali non supportano questa convinzione.
Segnalazioni sporadiche di problemi di memoria esistono e vengono riportate anche nelle informazioni di sicurezza dei farmaci, ma nei trial clinici prospettici non emerge un aumento consistente dei disturbi cognitivi.
Le linee guida ACC/AHA 2026 descrivono le segnalazioni cognitive come rare, generalmente non gravi e reversibili, sottolineando che non sono state osservate nei trial prospettici.
Una meta-analisi del 2026 che ha incluso 42 studi e oltre 150.000 partecipanti non ha rilevato un aumento degli eventi neurocognitivi con i farmaci ipolipemizzanti e, analizzando separatamente le statine, non è emerso un peggioramento significativo della funzione cognitiva.
Quindi l'idea che abbassare il colesterolo con una statina provochi automaticamente perdita di memoria o demenza non è supportata dalle evidenze disponibili.
Cosa fare se compaiono effetti collaterali?
La risposta non dovrebbe essere né “smetti subito” né “è impossibile che sia la statina”.
Serve valutare il sintomo, il momento in cui è comparso, eventuali interazioni farmacologiche e altre possibili cause. In alcuni pazienti può essere utile modificare la dose, cambiare molecola o utilizzare una dose massima tollerata associandola ad altri farmaci ipolipemizzanti.
Le attuali linee guida dispongono inoltre di diverse alternative, tra cui ezetimibe, inibitori di PCSK9 e acido bempedoico, da utilizzare in base al rischio cardiovascolare e alla reale tollerabilità del paziente.
Il punto fondamentale è che una terapia con statina non dovrebbe essere sospesa autonomamente sulla base di informazioni lette online o della paura di un possibile effetto collaterale.
Le statine non sono farmaci privi di rischi. Nessun farmaco lo è. Ma quando vengono prescritte a un paziente con una reale indicazione, la domanda corretta non è semplicemente “possono avere effetti collaterali?”. È: qual è il rapporto tra il rischio del trattamento e il beneficio cardiovascolare atteso per quella specifica persona?
Ed è su questa valutazione individuale che dovrebbe basarsi la decisione terapeutica.